Sfogliando la Russia. Periodico di segnalazione delle novità editoriali russe a cura di Daniela Barsocchi. Novembre 2013

 

Vasilij Grossman, La cagnetta , traduzione e curatela di Mario Alessandro Curletto, Adelphi Edizioni, 2013, pagg. 88, 7,00 €

Vassilij Grossman, autore di grandi volumi come “Tutto scorre” e “Vita e destino”, in questo caso ci regala un libricino di poche pagine e dimensioni ridottissime, tuttavia l’interesse di un testo non dipende certo dalla dimensione, come ci ha dimostrato l’insuperabile “Mi illumino di immenso” di ungarettiana memoria (e mi scuso naturalmente per il paragone!). Sono compresi nel volumetto tre racconti di vita quotidiana emblematici del periodo sovietico: tre semplici brevi storie in cui la vita delle tre protagoniste, una dirigente d’azienda, una vecchietta e una cagnetta (tutte al femminile: sarà un caso?) rappresentano, nella loro diversità, in modo emblematico e con dovizia di particolari, la realtà della vita sovietica. “La cagnetta” che dà il titolo al libro è il terzo racconto e ne parleremo in seguito dopo aver accennato ai primi due. Stepanida Egorovna Goriačëva è la protagonista del primo, dal titolo “La giovane e la vecchia”. Dirigente di un settore di un commissariato del Popolo pansovietico la incontriamo mentre si reca, su quella che immaginiamo una lussuosa automobile, alla dacia da dove partirà per il mare. Sembrerebbe un raccontino allegro, la descrizione di una vacanza spensierata, ma la realtà è un po’ diversa: già sul treno che la porta alla villeggiatura la sua compagna di viaggio piange nella notte per la figlia e il genero arrestati per motivi politici. La vacanza si dipana fra lunghi bagni di mare e passeggiate serali. Ma .... la spensieratezza sarà solo una parentesi.

Il secondo racconto si intitola “L’alce” è davvero brevissimo (17 pagine) ma terribilmente straziante : nel suo letto di malato il protagonista attende la moglie che tarda a rientrare e nell’attesa osserva, appesa al muro, la testa di un alce imbalsamata uccisa da lui di fronte al suo piccolo. Ai primi tempi della malattia i ò non colleghi lo andavano a trovare portando regali e cioccolatini successivamente non ciò non accadeva più e anche la figlia si interessava poco della sua salute. Ed infine “La cagnetta”. “La sua infanzia era stata affamata e randagia, ma l’infanzia è la stagione più felice della vita” : con questo incipit l’autore ci introduce al racconto. La vita solitaria e povera della cagnetta, il suo essere randagia ne aveva aguzzato l’ingegno, le aveva insegnato vari modi di sopravvivenza, “sapeva dove si annida il pericolo, sapeva che la morte non fa chiasso, non si sbraccia in gesti minacciosi, non scaglia pietre, non prende a calci con gli stivali, ma porge un pezzo di pane e si avvicina con un sorriso subdolo, nascondendo dietro alla schiena una rete di tela ruvida”.Ma certo non avrebbe mai immaginato in quale avventura sarebbe stata coinvolta: un viaggio nello spazio! E per fortuna l’esito finale della sua avventura non sarebbe stato come quello della povera cagnetta Laika. Daniela Barsocchi 


Andrej D. Siniavskij (Abram Terz), Passeggiate con Puškin, Traduzione di Sergio Rapetti, Ed. Jaca Book, 2012. pagg 192, 16,00 €

A passeggio con Puškin, immaginando una quieta strada sterrata lungo la quale sentire cantare i suoi versi: “Dal convoglio che fila sui borri / della Tverskaja garitte, torri, / conventi, giardini, palazzi, / botteghe, comari, ragazzi, / mercanti, stamberghe, orti, / lampioni, slitte, farmacie, / buchariani, modesterie, / boulevards, leoni battiporte, cosacchi, balconi, omiciattoli / e sulle croci tante cornacchie”. E rendersi improvvisamente conto di non essere più qualcuno ma non ancora qualcosa. Perché, in fondo, proprio questo evoca il ritmo dei versi citati: cose, paesaggi e persone in un intreccio dinamico che lascia con il fiato sospeso. Un “tra” l’essere e il non essere. Così non ci si accorge del tempo che passa ( o meglio e a ben vedere: siamo noi a passare e non il tempo...), irretiti da una parola “che discende nella sfera della vita quotidiana e privata”. Ed ecco la magica canonizzazione dell’occasionale: le “cento inezie familiari” assumono un fulgore esistenziale sorprendente. Il respiro di fatti e situazioni minute (ma solo in apparenza irrilevanti) accarezza il volto stupito del lettore che coglie al volo il saluto di “una donna che attraversava la fangosa corte / per stendere i panni allo steccato” mentre il tempo si metteva al brutto.

Ecco. Il testo di Siniavskij-Terz è tutto un’articolarsi e un succedersi di scatti di pensiero simili alle istantanee fotografiche: citazioni puntuali tratte dalla complessiva opera poetica di Puškin, puntualmente commentate a partire dall’ottica del nostro autore. Quasi, tuttavia, un guardarsi allo specchio. Come, infatti, non percepire un alito autobiografico nel “A Puškin toccarono tutte queste prove: Riso. Pietà. Terrore”? In fondo, il sogno dell’Impostore potrebbe appunto essere anche il sogno dello stesso Siniavskij-Terz: “Ho visto in sogno che un’erta scala / mi portava in cima ad una torre; / dall’alto ho visto formicolare Mosca; / e la piazza brulicante di un’immensa folla / che mi segnava a dito e di me rideva, / e nel mio cuore cresceva vergogna e tema...”. E alla fine e comunque “a pagare per tutti è sempre l’uomo” è l’amara conclusione di Siniavskij, che con queste parole pone termine al suo lavoro: “Taluni pensano che con Puškin si possa vivere. Non saprei, non ho provato. Ma per farci delle passeggiate è il compagno ideale. 1966-1968. Dubrovlag”. Si tratta, non c’è dubbio, di un passeggiare ideale con un compagno ideale in quanto, come sottolinea nella postfazione il curatore Sergio Rapetti: “ Dentro i recinti di un sottocampo a regime duro del complesso di campi di detenzione del Dubrovlag nella Mordovia (una regione a sud est di Mosca), dove in epoca sovietica scontavano la loro pena ai lavori forzati correzionali i criminali particolarmente pericolosi condannati per gravi reati contro lo Stato” a passeggiare non poteva essere che il pensiero, un pensare – cioè – che per definizione e sua specifica natura non può in alcun modo essere imprigionato. Da questa paradossale libertà giunge fino a noi la (ri)lettura dell’opera di Puškin fatta da Siniavskij che, per l’occasione, ha indossato la maschera di Abram Terz. Rendendo il tutto più chiaro ed evidente in considerazione del fatto che, come si sa, la maschera non nasconde, svela. Le 192 pagine del libro sono corredate da un solido impianto di 145 note e di riferimenti bibliografici. La curatela di Sergio Rapetti riassume infine i termini della questione che trovano ampia dissertazione nel suo contributo dal titolo Il soffio della poesia, per poter respirare e vivere. E di respirare e vivere, con o senza poesia, ciascuno di noi ha inestinguibile necessità. Marco Rossi 


E ..... suggerimenti per chi vuole saperne di più sulla Russia, da altri punti di vista 


Anne Nivat, La République juive de Staline. Fayard, Paris 2013, pagg. 366; € 25,90.

Da qualche anno la ripresa d’interesse per lo straordinario caso della Regione Autonoma Ebraica di Birobidzhan, in Siberia, ai confini con la Cina, sta suscitando un rinnovato interesse, dopo essere letteralmente scomparso per molti decenni dai libri di storia e dai reportage di viaggio. Anne Nivat, reporter indipendente, obiettiva, sensibile e capace, pubblica un libro originale sul tema, che consente di conoscere indirettamente, attraverso il viaggio e il contatto diretto con la gente, anche la storia complessa di un’entità autonoma creata da Stalin nel 1928 per molte ragioni interessate (etnonazionali, di controllo, strategiche ecc.) e passata attraverso una successiva tragica storia, ma anche densa di caratteri originali e unici: quelli che di fatto hanno generato la “prima Israele”, un’entità politico-amministrativa ebraica per la prima volta legata a un preciso territorio. La Nivat riesce in una buona sintesi fra storia e attualità, ricerca storica e reportage. Per comprendere quello che è stata la Regione Ebraica della Russia, ella parte da Israele e dalle memorie di coloro che dalla Regione sono emigrati fra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta in Palestina, testimoni di un lungo percorso, di una cultura e di una lingua, l’yiddish, che ha segnato la storia e la cultura degli Ebrei ashkenaziti dell’Europa centrale e orientale. Attraverso i loro occhi e le loro memorie l’Autrice si avvicina in profondità alla storia di una Regione e del suo popolo di origine ebraica, emigrato volontariamente e pieno di speranza, ma che laggiù, seppur salvandosi dalle persecuzioni naziste della parte occidentale dell’Impero sovietico, troverà anche grandi delusioni: violente persecuzioni staliniane (negli anni Trenta sarà eliminata la quasi totalità dell’elite amministrativa e culturale ebraica), difficoltà immani, fuga e emigrazione. La Nivat esplora questa storia e la realtà contemporanea della Regione Ebraica della Russia con un approccio insolito, partendo dagli emigrati in Israele e dai loro ricordi. Ne emerge inaspettatamente un quadro fatto di rispetto per quell’anomala terra e di ricchezza culturale, che spiega la sopravvivenza di un mondo in cui gli ebrei sono rimasti una minoranza, ma in cui le radici dei primi coloni sono rimaste, nutrendo l’orgoglio degli abitanti di oggi di far parte di un’esperienza unica al mondo. Dalle interviste ai russi del Birobidzhan rimasti in Israele risulta un attaccamento per quella terra. Molti ebrei del resto sono tornati laggiù negli anni Duemila (i rientri sopravanzano oggi gli emigrati), tormentati dalla nostalgia per la natura siberiana e per quelle terre e delusi da Israele, dove non hanno trovato quello che sognavano. La Regione Ebraica della Russia è stata un sogno infranto, ma quello che ne rimane oggi, che l’Autrice descrive - dopo esservi entrata previa frequentazione della comunità ebraica di Harbin, in Cina - è un mondo rinato, contrassegnato da una convivenza straordinaria fra etnie e religioni diverse (oggi sono aumentati anche gli immigrati musulmani, accolti a braccia aperte), che non ha nemmeno mai compreso il significato del termine “antisemitismo” e che non ha mai prodotto assimilazioni di sorta. Le interviste ai discendenti dei primi coloni fanno luce sulla tormentata storia della Regione, sul ruolo che ha mantenuto nella drammatica storia del Novecento sovietico, sul senso di una rinascita che non può essere ridotta a curiosità etnografica o geografica. È di grande momento la descrizione del rinato interesse mondiale per la cultura di questa terra, per la sua lingua, l’yiddish, ostacolata a lungo in Israele come lingua spuria degli ebrei, come lingua morta e indegna di ulteriore sopravvivenza. Nella Regione questa cultura continua a essere invece supportata (oggi anche da Israele), generando interesse tanto fra i discendenti ebrei dei primi pionieri, quanto fra altre etnie dalle origini miste. Proprio per questo sia i vertici amministrativi che gli abitanti di questa regione a lungo dimenticata non sopportano che l’esperienza storica e quella attuale di questo remoto angolo di mondo vengano derubricati come “ormai non più ebraici”. La continuità culturale infatti è ciò che consente una visione molto diversa delle etnie, rispetto a quella rigida e pericolosa che tende a prescindere dall’unico elemento chiave che le contraddistingue: proprio la cultura. Ma a quest’ultima ci si può ascrivere anche senza essere stati figli o discendenti dei primi coloni: per il semplice fatto di essere nati in quella terra, di aver “bevuto col latte” la cultura colà coltivata, di averne frequentato le scuole, per aver giocato da bambini con portatori di una specifica cultura (in questo caso quella ebraica proveniente dall’Europa centrale e orientale), per essersi riconosciuti in essa, senza conoscere alcun pregiudizio. In questo senso la Nivat riesce a cogliere la specificità del Birobidzhan: dove ogni russo (ucraino, bielorusso, caucasico, ecc.) è un po’ ebreo e dove ebreo è anche un po’ russo. Per comprendere la complessa storia e la realtà attuale di questa Regione occorre partire da qui. Liberandosi di stereotipi e di pregiudizi, che spesso contagiano anche storici e studiosi. Alessandro Vitale