Sfogliando la Russia. Periodico di segnalazione delle novità editoriali russe a cura di Daniela Barsocchi. Giugno 2013

 

Georgij Ivanov Diario post mortem, a cura di Alessandro Niero, Kolibris edizioni, 2013, pagg.124, 12,00 €

Trentotto brevi liriche: il cammino verso la morte di uno dei grandi poeti della prima emigrazione russa, quella, per intenderci, fuggita precipitosamente dalla rivoluzione del ’17, senza speranze, senza prospettive, senza risorse. Trentotto brevi capolavori di lucidità, asciuttezza, disperazione, angoscia, nostalgia. “Officiato è da tempo / il mio canto funebre. Che spero e sogno? / Manco dal letto so alzarmi”. Georgij Ivanov nasce nel 1894 in una famiglia di ufficiali e perciò viene avviato alla carriera militare: entra nel prestigioso corpo dei Cadetti di Pietroburgo, ma non fa per lui. Diventa poeta e lo rimane per tutta la vita. Si avvicina inizialmente all’egofuturismo: si accorge presto che gli arzigogoli sperimentali gli sono estranei, il suo mito è Aleksandr Blok, alla cui poetica resterà legato tutta la vita, entra nell’orbita dell’acmeismo, collabora con la rivista ‘Apollon’, diventa intimo di Kuzmin, della Achmatova e del marito Nikolaj Gumilev, che è alla guida del movimento. Pubblica qualche raccolta (‘Monumento alla gloria’, ‘Erica’, ‘Giardini’) con discreto successo, senza peraltro entusiasmare la critica. 

Ha 23 anni quando scoppia la rivoluzione: la morte di Blok e due settimane dopo la fucilazione di Gumilev nell’agosto del 1921 è un segno inequivocabile. Con i bolsceviki non si può convivere. Emigra. Berlino, poi Parigi. Ma difficile è sopravvivere, guadagnarsi il pane, vivere in mezzo a gente che non parla la tua lingua, non condivide la tua cultura, e lo strappo dal paese dove non tornerà più è straziante, tormentoso. Scrive su riviste, in particolare “Cifre”, pubblica qualche raccolta, inizia un romanzo che rimane incompiuto (“La terza Roma”), può mantenersi grazie a un’eredità della moglie, la poetessa Irina Odoevceva, ma dopo la guerra è in miseria: si rifugia nel sud della Francia, sopravvive a se stesso, finisce i suoi giorni, malato, povero, infelice, in un pensionato per profughi politici. “E’ ancora presto perché spine di martirio / agghindino l’esanime mia fronte / e, inscatolato in una bara 

grama, mi buttino / in una fosse comune di questa Hyères da Dio negletta”. Muore nell’agosto del 1958. Negli ultimi mesi compone questo “Diario”, emozionate cammino verso la fine: andrebbe letto e riletto come viatico per un viaggio che ognuno di noi deve fare prima o poi. C’è la disperante inutilità di ogni gesto (“D’ora in avanti non sarà più necessario / lavarsi i denti, radersi le guance. / “Prima di morire / bisogna pur parlare”. / La porta per l’eternità si è spalancata”), c’è l’avido desiderio di un ultimo sprazzo di vita (“Potessi rischiararmi, adesso, / e alla vita mandare un grido d’esultanza!”), un estremo sussulto di energia per continuare il proprio itinerario (“ Ho ancora voglia di finir di dire, / spiegare, precisare, chiarire, dimostrare”), la ferita mai rimarginata

dell’esilio (“Miseria e prigionia: in sorte ho avuto tutto; / Nel pieno delle mie facoltà, / nel pieno del mio talento, / come emigrato – sorte dannatissima - / io sto morendo...”), la disperata speranza di un ritorno, chi sa, un giorno, in patria come poeta (“Ma non dimentico che mi fu fatta la promessa / di risorgere. Tornare in Russia in versi.”), una passione inesauribile per i grandi maestri, siano essi Puškin (“Aleksandr Sergeevič, mi mancate / vorrei restare un po’ con voi davanti a un tè”), Majakovskij (“Della mia morte nessuno si incolpi”) o Gumilev (“...Giorno invernale. Pietroburgo. Io e Gumilev, / seguendo la Neva ghiacciata, quasi in riva al Lete, / placidi e classici soltanto camminiamo”), la divorante nostalgia della sua terra, della sua città, delle luci, dei colori, dei suoni perduti (“E io non sono affatto qui, / non sono al sud, ma nella augusta capitale del nord. / Sono rimasto a vivere lassù. Io – quello vero. Io - tutto”), della grazia morbida di certi momenti (“...Gli abeti a Mosca, / la neve. Natale: / Dolce e quieta – alla russa – è la sera...”). Tutto questo si affastella nei pochi giorni che restano, mentre l’occhio spazia intorno alla ricerca di sollievo (“Un verso dopo l’altro. Angoscia. Nuvole. / La luna rischiara gli spazi lontani costieri. / Una mano cerea posa impotente / su una coperta al luccichio della luna”). Ma c’è anche qualche domanda sul fare poesia (“Ma che cosa è l’ispirazione? / -Ecco...Inaspettato, appena / appena luminoso un soffio / di brezza divina”). Un uomo che muore. Un poeta che muore. E si racconta, Canta il suo ultimo canto “quasi che fossimo d’inverno giunti / dal vespro di una chiesetta vicina, / passando per la neve russa, a casa”.

Traduzione magnifica. Alessandro Niero riproduce il filo lirico di Ivanov con attenzione, tenerezza, commozione. Le sue sono poesie sulle poesie dell’autore. Vibra con lui, soffre con lui, echeggia con magistrale asciuttezza la febbricitante ansia di raccontare la propria morte. Un testo sconosciuto che va lasciato depositare, va ascoltato, abbandonato e ripreso, commentato dentro, ciascuno nel proprio modo. Ciascuno ha un proprio modo di morire, di pensare al morire. Forse leggere quello di un altro ci fa sentire meno solitario e duro il nostro. Fausto Malcovati

Gian Piero Piretto, La vita privata degli oggetti sovietici, 25 storie da un altro mondo, Sironi Editore, 2012, pgg. 205, 19,80 €

Per la prima volta da quando mi occupo di “Sfogliando la Russia” ho qualche difficoltà nella stesura della mia recensione: difficoltà, incapacità o dispiacere nel dovermi limitare ad uno spazio adatto ad una recensione, appunto. Del bel libro di Piretto verrebbe voglia di citare tutto, ma questo non è possibile. Oltre alla descrizione sempre piacevole e puntuale degli “oggetti culto” del periodo sovietico che ne fa Piretto, stupisce la loro quantità e la vastissima bibliografia riportata (ben 74 voci) che testimonia, se ancora ce ne fosse bisogno, della serietà, dell’impegno e del rigore scientifico dell’autore. E che dire poi dell’affascinante apparato fotografico che impreziosisce il volume? Il libro è composto da 25 “storie”, come le definisce Piretto, aggiungendo “da un altro mondo” per sottolineare, evidentemente, la particolarità, la diversità e la specificità di quel periodo storico, per la maggior parte del mondo occidentale sconosciuto e inconoscibile.

Gli oggetti descritti vanno dal più noto samovar (sam varit: bolle da solo) alle polpette, dal bicchiere a faccette allo sputnik, dalle galosce al cadavere di Lenin, dagli scarafaggi (i famosi “tarakani” ben noti a quelli di noi che in URSS ci sono stati), alle splendide stazioni della Metropoliatana e così via. Un mosaico di piccole cose di uso quotidiano, di grandi costruzioni, di curiosità e magnificenze. L’autore ci accompagna nel suo percorso attraverso le “cose” e gli “oggetti” sovietici e a lui voglio lasciare lo spazio per introdurci al suo piacevolissimo libro: “ Ciò a cui dedicherò la mia attenzione sono semplici e quotidiane cose la cui rilevanza è consistita non tanto nello stile o nella forma che le ha caratterizzate, quanto nella dinamicità del rapporto diretto con i fruitori.....per “cosa” intenderò quel manufatto che implica la presenza di un legame affettivo o relazionale tra prodotto e soggetto, mentre il termine “oggetto” sottintende tra le due parti in questione una dimensione di puro possesso” . Inoltre l’autore ci avverte del fatto che, se pure alcune delle cose da lui citate abbiano ormai perso la loro funzione originale e oggi sono solo

testimonianze di un passato perduto, tuttavia sono preziosi documenti di quel passato a cui ancora non si è dedicato un museo. Nell’attesa che questo avvenga io mi permetto di consigliare vivamente ai lettori di leggere questo bel libro. Daniela Barsocchi

 

Michail Gorbačiov, Ogni cosa a suo tempo. Storia della mia vita, trad. Nadia Cicognini e Francesca Gori, Marsilio Editore, 2013, pgg. 485, 20.00 €

 

Sono ancora tanti gli enigmi e i retroscena non svelati della storia del Novecento, soprattutto nella sua ultima fase, che ha generato un’imponente trasformazione mondiale. Michajl Gorbačiov, ultimo Presidente dell’Unione Sovietica, è stato un protagonista indiscusso di quella storia e le pagine della sua autobiografia, nella limpida traduzione italiana di Nadia Cicognini e Francesca Gori, nonpossono che essere di notevole interesse per chiunque voglia capire quei passaggi storici, ancora tutt’altro che chiari. L’Autore offre indirettamente uno spaccato sulla storia sovietica, raccontando la sua vita. Le pagine dei primi capitoli sono dense di interessanti e a tratti commuoventi ricordi personali (soprattutto il tenero rapporto con la moglie) e di osservazioni che consentono di comprendere tante particolarità di quel Paese irrigiditosi in mostruose forme totalitarie. Tuttavia, nel complesso, sembra emergere una visione largamente idillica, fatta di normalità e di facile ascesa sociale, di assenza di violenza, persecuzioni di innocenti, corruzione e malversazioni: in sostanza un quadro irrealistico del suo Paese. Quando si studia questa figura, del resto, è ancora sempre e solo qui il nocciolo del problema. Gorbačiov in campo internazionale è stato un uomo politico di grande lungimiranza, capace di imprimere alle svolte della storia mondiale un segno personale indelebile. Soprattutto la sua idea della “Casa comune europea” era anni luce più moderna rispetto a quella degli eurocrati di Bruxelles, figli della guerra fredda e suoi attardati rappresentanti e c’è da rammaricarsi che sia stata dimenticata. Ma sul piano interno egli non è stato un “soggetto agente”, ma un “oggetto di storia”. Questo è avvenuto (e lo ammette con la frase: «La vita reale ci scavalcava...») perché non ha mai compreso la reale natura del sistema che ha finito per travolgerlo, sia statale che “economico” (o meglio: “antieconomico”). Anche questo libro sta a dimostrarlo. La natura integralmente ideologica del suo rapporto con la realtà sovietica emerge in ogni pagina. L’ideologia gli ha incollato sugli occhi lenti rosee che gli fanno vedere ancora oggi una realtà che non c’era e di conseguenza anche possibilità inesistenti di salvare un sistema strutturalmente condannato e una legittimità perduta molto presto. Probabilmente questo gli deriva dall’aver fatto parte per lungo tempo di una classe privilegiata che si è sempre più staccata dalla realtà e dai cittadini, in misura della crescita dei suoi privilegi. A questo proposito, risultano emblematiche e indigeste le descrizioni dei suoi rapporti quotidiani e amichevoli con figure inquietanti di quel regime (Suslov, Andropov, Kriuchkov, Jazov, fra i quali spietati capi del KGB - incontrati alla Lubjanka come fosse un bar di paese - o militari golpisti, burocrati dementi e tirapiedi, con i quali cercò distruttivi compromessi), come se si fosse trattato della cosa più normale del mondo. Che la sua perestrojka fosse frutto dell’aver compreso l’impossibilità di sopravvivere con quel sistema non c’è dubbio. Ma che quella coscienza facesse i conti con la realtà (del collasso economico, della paralisi burocratica, dell’arbitrio, della rivolta delle nazionalità – fino a oggi da lui incompresa, ecc.) è molto dubbio. Il difetto principale del suo tentativo di salvare la sua immagine relativa alla sua azione interna sta però forse nell’aver peccato ancora una volta di eccessivo silenzio. Sarebbe stato lecito aspettarsi qualche rivelazione in più su fatti cruciali nei quali non è affatto chiara la sua responsabilità: il gravissimo e devastante comportamento della burocrazia e del Partito dopo il disastro di Chernobyl’ (1986), le disastrose decisioni in campo economico, che porteranno al collasso del 1989-90, la sua iniziale freddezza-indifferenza nei confronti della

 

Dissidenza, la sanguinosa repressione in Lituania (gennaio 1991), Lettonia, Georgia (con morti e feriti), autorizzabile solo dal Presidente (comandante in capo dei “berretti neri” dei corpi speciali), il blocco dei documenti sulla strage di Katyn, il blocco dei referendum per le indipendenze delle Repubbliche, il loro successivo boicottaggio energetico, ma soprattutto il colpo di stato del 19

agosto del 1991, vero punto di svolta nel crollo dell’Unione Sovietica. Su questo Gorbačiov non aggiunge niente. Eppure tanti documenti sono conservati anche nella sua Fondazione. In molte pagine egli tuona contro la Repubblica Russa di allora, senza contare che se non ci fosse stata la spaccatura del potere fra la Russia e l’Unione, con un bilanciamento di potere e un lento ma inesorabile travaso di legittimità, si sarebbe arrivati senza ombra di dubbio a un collasso violento, di tipo jugoslavo. Non è stato dunque Gorbačiov a favorire la soluzione relativamente pacifica di quella crisi. Questo comunque nulla toglie ai suoi meriti internazionali e alla sua viva intelligenza di uomo politico che ha cercato di governare un sistema ormai condannato, a causa delle sue più profonde caratteristiche, economiche, sociali, politiche. Alessandro Vitale